“Anna dagli occhi verdi” - La prefazione di Sveva

Nel 1980 mio marito e io lavoravamo alla stesura di un romanzo che ruotava intorno alla figura di un uomo affascinante, Cesare Boldrani, uno dei tanti milanesi che avevano fatto grande la mia città. L’editore lo lesse, gli piacque e, nell’estate del 1981, lo pubblicò con il titolo di «Anna dagli occhi verdi». Da allora sono trascorsi ventisette anni e il romanzo è arrivato alla ventinovesima edizione.
Che cosa aveva di particolare questa storia subito piaciuta e che continua a piacere ancora tanto? Onestamente non lo so. Qualche volta penso che lo pseudonimo di Sveva Casati Modignani abbia avuto un suo ruolo. Con «Anna dagli occhi verdi», infatti, si affacciava sul panorama della narrativa italiana una nuova autrice con un bellissimo nome.
Nelle intenzioni dell’editore, questa Sveva doveva essere una nobildonna milanese che raccontava vita e miracoli di alcune importanti famiglie lombarde a partire dalla fine dell’Ottocento per arrivare a oggi. Anzi, al 1980, perché dall’81 è cambiato tutto e sono cambiati anche i personaggi della politica, della finanza e della mondanità. E non in meglio, purtroppo. Quindi, l’oggi di «Anna», popolato appunto da queste figure, è ormai ieri ed è storia.
È un fatto che, parodiando per gioco la pubblicità di una marca di cucine, Sveva viene definita «la più amata dagli italiani». Questo perché in ventisette anni Sveva ha sfornato diciannove romanzi di «alto gradimento» e sta scrivendo il ventesimo, sul quale non voglio sbilanciarmi. Ma, per tutti gli altri, si è verificata una specie di empatia con le lettrici, ma anche con i lettori, che amano «la Sveva» e vogliono vederla, parlarle, toccarla, considerandola una cara amica.
Dopo ventisette anni, continuo inutilmente a spiegare che Sveva è un’invenzione, lo pseudonimo di Bice, che sono io, e Nullo, che era mio marito.
Per la verità, mio marito a un certo punto si è ammalato e non è più riuscito a martellare sui tasti della sua «lettera 32». Poi mi ha lasciata e tutti pensano che Sveva sia rimasta sola. Non è così, perché Bice continua a scrivere con Nullo che ancora le dice: «Questo va bene, questo non va bene». Né più né meno di quello che faceva quando lavoravamo insieme. Io scrivevo una storia e lui la riscriveva.
Aveva un modo di raccontare ricco, opulento, turgido. Io sono più stringata e il passaggio dalle quattro alle due mani si sente via via che da «Anna», «Il Barone», «Saulina», «Come stelle cadenti», «Disperatamente Giulia» e «Donna d’onore» si passa ai romanzi successivi. Non solo cambia lo stile, cambiano anche i contenuti. Il sesso, per esempio, viene sempre più sottaciuto. Assumono invece rilevanza i percorsi interiori dei protagonisti. Con Nullo raccontavamo storie di grandi famiglie, in seguito ho ripiegato sulle piccole vicende intime di donne comuni. Lui, appunto, amava l’opulenza, io mi muovo meglio nella quotidianità un po’ dimessa, ma non per questo meno catturante. Dunque, i personaggi di Sveva sono cambiati, così come è cambiato il mondo e sono cambiata anch’io.
Nell’81 Sveva era stata definita una «giovane scrittrice esordiente». Oggi è una signora che definirei carica d’anni e d’esperienza. E questa definizione mi secca maledettamente, perché significa che sto invecchiando e la cosa non mi piace. Avevano ragione i greci a dire che muore giovane solo chi è caro agli dei. Mai come adesso mi ritornano in mente le parole minacciose di suor Argentina, la monaca dell’asilo, che ci faceva recitare: «Un giorno meno di vita nostra è un giorno più vicino alla grande eternità». Quando sei giovane non ci pensi, ma quando invecchi, questa grande eternità ti terrorizza.
Tanto per consolarci, dicono che, invecchiando, si diventa più saggi. A mio avviso, la saggezza è soltanto un punto di vista delle cose. Penso alla saggia formica e alla cicala dissennata. Io sto con la cicala. È un punto di vista.
Amo l’aspetto ludico della vita che, nel mio intimo, si alterna al catastrofismo e li uso entrambi per caratterizzare i miei personaggi.
Tra tutte le donne che ho raccontato, Anna è quella che mi assomiglia di meno. È ricca, viziata, trasgressiva. Io non sono niente di tutto questo, anche se ho trasgredito in anni lontani. Ma era giusto che fosse così, perché uno scrittore deve conoscere e sperimentare le cose che racconta e io mi stavo preparando a raccontare il bene e il male delle donne di Sveva.
Martina Agrestis, la protagonista di «Singolare femminile», è la figura nella quale mi identifico quasi totalmente. Mi assomiglia il suo piacere per la lettura, l’apertura mentale più coraggiosa di quella delle femministe, l’indole caparbia e il gusto per l’ozio. Poiché sono nata sotto il segno del Cancro, amo l’ozio e la mia casa. Schiodarmi dalle mie stanze è un’impresa faticosissima. Lavorare accanitamente, come faccio da anni, superando l’inclinazione per l’ozio, è una stortura che mi viene dall’ascendente in Capricorno. E un po’ anche dal senso del dovere che è nel mio DNA.
Essere Sveva si è rivelato vantaggioso per la mia propensione alla vita da reclusa. Per esempio, con la scusa delle scadenze di consegna di un romanzo, mi defilo dagli impegni mondani senza sentirmi in colpa.
Nullo, che è sempre accanto a me, mi snobba: «Ma se non sei mai in casa? Ti imbarchi in viaggi estenuanti per incontrare le lettrici e gioire del loro affetto. Hai bisogno di andare in giro come dell’aria che respiri».
È proprio vero che gli uomini, neanche da morti, capiscono le donne! Quella che va in giro non sono io, è la Sveva. Bice ama la casa, il cane, il figlio, i nipoti e gli altri parenti più stretti. Bice ama gli amici e cucina per loro risotti e polpettoni, ricama a punto croce e cura il giardino. Ma, ancora di più, ama le lunghe vacanze che cominciano quando si mette alla macchina da scrivere per iniziare una nuova storia, e finiscono quando la storia si è conclusa.
Il mare, la montagna, i viaggi, non sono vacanze, ma lavoro estenuante al quale la gente si sottopone con una frenesia che non ha mai conosciuto l’eguale nella storia del mondo. Giriamo come formiche impazzite da un posto all’altro, per tornare a casa stanchi, spesso delusi e senza un soldo. Più matti di così!
I viaggi belli sono quelli che fai con la mente, un libro, la fantasia. Tutto il resto appartiene al mercato perverso del consumismo.
Il vecchio Cesare Boldrani, il padre di Anna, non aveva mai viaggiato. Forse per questo era più geniale di sua figlia che andava di qua e di là dall’oceano, come se andasse dal giornalaio, portandosi addosso l’insoddisfazione e l’infelicità.
A questo punto, Nullo direbbe che sto parlando troppo e allora tiro subito i remi in barca e ritorno ad Anna e alla differenza tra questa e le protagoniste che sono venute dopo di lei.
Anna è nata povera e quando è diventata la figlia del grande Cesare ha perso un po’ la testa. Trent’anni fa il consumismo trionfava e nessuno prevedeva i tempi grami di oggi. Le protagoniste che sono venute dopo si sono via via adeguate ai cambiamenti e hanno sfoderato tutte la loro capacità di affrontare i problemi grandi e piccoli.
Credo nelle donne portatrici sane di progetti costruttivi, come credo nel maschio un po’ insicuro che spesso attacca le donne per autodifesa. E quando non può fare a meno di loro, apre le porte del suo regno a quelle più d’apparenza che di sostanza, memore di quanto ci insegna la letteratura, da Virgilio («La femmina è cosa mobile per natura») a Nietzsche («La donna fu il secondo errore di Dio»). Nel mio piccolo, da ventisette anni tento di dimostrare il contrario. Ma poiché sono donna, e come tale ho un animo gentile e una visione più realistica della vita, riesco a tratteggiare figure maschili molto affidabili. Per farlo, mi basta pensare a mio padre che, come Nullo, non mi ha ancora lasciata. Questo per dire quanto le donne, nei loro giudizi, siano meno pavide e più sicure degli uomini e non ricorrano alla denigrazione per farsi avanti.
La collaborazione uomo-donna, non la prevaricazione, è l’ideale a cui aspirano tante protagoniste dei romanzi di Sveva.
Dopo di che, qualche volta, io mi lascio prendere la mano e abbellisco la realtà. A chi non piace abbellirla? Non è sempre possibile, ma nei romanzi è auspicabile. Vengo da una famiglia in cui tutti, papà, mamma, nonni, fratello, abbellivano la realtà, soprattutto quando era sgradevole, per renderla più accettabile. Mio fratello, per esempio, una volta prese uno zero in un compito in classe. Gli mise davanti un uno e disse: «Così mi sembra più bello». Ebbe tutta la mia approvazione. Anche la realtà, come la saggezza, è soltanto un punto di vista.
In questo senso ritengo fantastico il lavoro di Sveva, perché riesce a raccontare le persone non come sono, ma come vorrebbe che fossero e come tutti pregano che siano.
Io credo molto nella forza della preghiera. Più volte, nel corso della giornata, mi rivolgo a Dio e gli dico: «Ti ringrazio per il cibo che mi dai e anche per il superfluo che mi è quanto mai necessario. Ti ringrazio per le storie che mi consenti di raccontare e per l’agilità delle dita che martellano su questa vetusta Valentina rossa che, a partire da ‘Anna dagli occhi verdi’, ha scritto diciannove romanzi e sta elaborando il ventesimo. Amen».